La notte del Giovedì Santo, a Verbicaro, un paesino vicino Cosenza, si svolge il rito dei flagellanti. Questo antichissimo rituale di devozione, secondo alcuni documenti, sembra risalire al 1473. I momenti prima del rito sono scanditi da una notevole tensione e, fino al momento della preparazione, non si riesce a capire chi sarà a calarsi nel rituale. Si consuma la cena con i propri amici e parenti nella cantina di famiglia e, poco dopo, i Battenti iniziano a prepararsi indossando solo un fazzoletto in testa, una maglietta e un pantaloncino, tutti rigorosamente rossi. Tornano poi nella cantina, dove iniziano a scaldarsi battendosi le cosce con le mani e facendo fluire il sangue nei capillari epidermici. Successivamente iniziano a percuotersi con "u cardiddu" (il cardillo), un cilindro di sughero sul quale sono state fissate, con una colata di cera, acuminate punte di vetro. Quando il sangue inizia a fluire giù per le gambe, i Battenti, abbassano la testa in composta riservatezza e, con le braccia incrociate sul petto, escono scalzi per compiere tre giri del paese. Il percorso si snoda nelle strette vie del paesino con passo svelto quasi di corsa, con soste per segnare, con il sangue, i sagrati delle chiese e i posti più significativi del tragitto. Si battono a volte accovacciati, altre volte in piedi alternando le gambe da percuotere dando vita ad una sorta di danza. Sono accompagnati nel loro percorso dagli "spruffaturi" (spruzzatori), amici fidati, che sorseggiano del vino per poi soffiarlo sulle ferite al fine di lavarle e disinfettarle. Alla fine del rito i Battenti si recano presso un antico lavatoio medioevale, dove si lavano e rallentano l'afflusso del sangue con l'acqua fresca. I motivi che spingono i Battenti a compiere questa pratica sono essenzialmente due: il voto per grazia ricevuta, e il legame per una tradizione familiare e collettiva. Verbicaro, Cosenza 2011.
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